Il risotto della morte di Iandel Flavio

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Erano ormai due anni che Flavio aspettava la morte, seduto sulla sua sedia a dondolo di noce, rimirava dalla terrazza in abete ormai tarlato il prato pieno di margherite e papaveri con l’occhio rapace.

Scrutava il prato, quasi aspettandosi di vedere la nera signora, navigare fra le erbe medicinali, non temeva la morte, voleva soltanto maledirla per aver portato via la sua amata Francesca prima di lui.

Fra uno sguardo e l’altro il baldo novantenne rimuginava vari piani di vendetta, ma nessuno sembrava poter soddisfare il suo smisurato risentimento.

Era tutta la mattina che il vecchio cucinava sbirciando dalla finestra, nel suo tegame aveva fatto rosolare mezza cipolla tritata con del burro, poi aveva unito del riso facendolo abbrustolire, mescolando in continuazione col suo consunto cucchiaio di legno. Prima che il riso scurisse, lo bagnò con cura con del vino magnifico: l’Erbaluce prodotto dal suo vecchio amico Harry. Poi prese il brodo dello bollito che aveva cucinato il giorno prima e lo aggiunse al riso mescolando lentamente e con attenzione attese la cottura, un attimo prima aggiunse l’ingrediente segreto: il dorato e amabile zafferano. Dopo un’ultima mescolata tolse tutto dal fuoco e mantecò il risotto con del parmigiano a scaglie, lo stese su un piatto e vi adagiò sopra l’intingolo di porcini rosolati con aglio e spruzzati di prezzemolo fresco.

Fu così che il giorno quattordici del più caldo mese di giugno degli ultimi cent’anni, fra le erbe morenti, il vecchio vide fluttuare in direzione della sua scricchiolante casa in cima alla collina, l’ombrosa, funesta figura, della fatal quiete, era mezzogiorno in punto, l’ora giusta per un ultimo pranzo.

La morte arrivò alla porta della casupola, la spalancò di scatto e con la sua voce solenne e cavernosa disse: “Flavio devi venire con me”.

Il vecchio era curvo su un tavolo imbandito per due persone e stava servendo il riso in entrambi i piatti, tutto era ordinato e predisposto per un pranzo con i fiocchi, una bella bottiglia di Nebbiolo color rubino scintillava in mezzo al tavolo.

“Signora morte, oggi è il mio compleanno, mi lasci gustare il mio ultimo risotto al

segreto, anzi intuendo il suo arrivo stamattina mi son permesso di imbandire la tavola anche per lei, vorrebbe tenermi compagnia nei miei ultimi istanti di vita?”.

La morte, profondamente incuriosita dalla scena, e anche stanca di assaporare anime di vecchi peccatori, si lasciò convincere e silenziosa si sedette alla profumata mensa.

Miss Tenebra si sedette con movimenti regali e dopo aver augurato educatamente un buon appetito iniziò a sbocconcellare il pane nero, assaporava gli antichi segreti dei pani caserecci, qui pani che oggi non si trovano quasi più; era così buono il cibo degli umani, come riempiva profondamente i desideri…..

Ella guardava quasi con sospetto quella pietanza color oro che aveva nel piatto, il profumo era quasi ipnotico, ma quel colore la insospettiva: che fosse tutto finzione?

Il vecchio intanto era rimasto silenzioso fino a quel momento, decise allora di versare il Nebbiolo: si sa che quel vino nasce e provoca meravigliose nebbie.

Quella bevanda è di un colore simile al sangue, per lei assai consueto, il vecchio alza il calice e spinge la morte a un brindisi dicendo: “duecento di questi anni”.

Il ghiaccio è rotto, la Morte sghignazzando inizia a bere copiosamente, e a gustare quel riso che dell’oro non ha solo il colore.

Succhia ogni fetta di porcino, assaporando ogni sentore di bosco, raccoglie il riso su un dito e lo porta alla bocca in modo spensierato simile a una fanciulla.

Flavio sfodera le barzellette più divertenti, continua a versar vino, e ingozza l’ombrosa ospite divertita.

“Veniamo a patti, posso concederti del tempo, ma tu dovrai cucinare per me a ogni ricorrenza di questo giorno.”

“Non mi è possibile nera dama, vedi quel barattolo vuoto? Quello è l’ingrediente segreto che solo mia moglie era in grado di fare, tu me l’hai portata via tempo fa, ora sono io che ti condanno al desiderio per l’eternità!”

“E così sia” La falce si alza e del fumo nero riempie la stanza.

 

Sono passati duecento anni da quel fatidico giorno, è un caldo quattordici di giugno, “Moglie aiutami a preparare un buon risotto zafferano e funghi, quell’ingorda della morte deve trovare il suo compenso per il tuo ritorno al mondo e la nostra permanenza prolungata; quest’anno dobbiamo dare il meglio, gli anni mi stanno pesando troppo così ho deciso di invitare anche il diavolo hehehe”.


Commenti: 12 (Discussione conclusa)
  • #12

    Anna Molinari (lunedì, 26 settembre 2011 15:07)

    Fantasia irreale e una pietanza reale per un racconto originale e ben pensato... mi piace...

  • #11

    Jasminka Minic (domenica, 11 settembre 2011 11:21)

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  • #10

    Francesca Bogani (giovedì, 04 agosto 2011 13:54)

    mi piace molto

  • #9

    sabina (sabato, 30 luglio 2011 20:08)

    mi piace!

  • #8

    Sabrina della Cascina (venerdì, 29 luglio 2011 12:42)

    aggiungo io MI PIACE al commento n. 7 di Giovanna , non sò come rintracciarla per chiedere di farlo lei, e me ne assumo tutte le responsabilità, ricordate a tutti di scrivere MI PIACE, è importante.

  • #7

    Giovanna (venerdì, 29 luglio 2011 09:55)

    Bel racconto. Un buon mix tra macabro e culimario.

  • #6

    Vittorio (venerdì, 22 luglio 2011 13:06)

    Slurp. Mi piace

  • #5

    roby (giovedì, 14 luglio 2011 23:41)

    mi piace

  • #4

    agnese (giovedì, 07 luglio 2011 15:38)

    mi piace moltissimo!

  • #3

    marinella (giovedì, 07 luglio 2011 15:38)

    molto realista e mi e' piacuta un casino

  • #2

    elisa (giovedì, 07 luglio 2011 15:36)

    mi piace molto

  • #1

    Anzani Giuliana (mercoledì, 06 luglio 2011 18:49)

    Molto simpatica, piacevole lettura