Sangue e respiro di Layla Benazzi

10 voti + 0 fb = 10

 

Il tramonto, probabilmente l’ora che preferisco.

Il tempo sembra rallentare, mentre le rondini escono dai loro nidi per la caccia serale e cominciano a sfarfallare le prime sagome dei pipistrelli.

Mi piace mettermi sul terrazzo, le spalle e la schiena contro il cemento ancora caldo di sole, e osservare la luce che da gialla diventa rosa, mentre le nubi si sfilacciano, fondendosi con l’azzurro del cielo.

Di fronte a me, sul tavolino di bambù, due bicchieri. Uno rosso, l’altro bianco, e come ogni sera non so decidermi da quale iniziare, quasi fosse diventato una sorta di gioco.

La verità è che il tramonto ti spinge a fare il punto della giornata, ma spesso spinge la mente ancora più in là, indietro o avanti nel tempo, all’inseguimento di progetti o di ricordi, come se il sole morente con le sue grida di raggi di luce ti volesse far notare che un altro giorno è trascorso, in una clessidra inesorabile la cui sabbia va solo verso il basso.

Indietro non si torna, oppure si? Questo mi chiedo mentre con due dita afferro lo stelo del calice pieno di liquido vermiglio. Il sapore del Sangiovese mi scende in gola, riempiendomi le nari di sentori di viole e amarene. Si che indietro si torna, perlomeno con la testa. Ed eccomi, chiudendo gli occhi, bambina in mezzo alle vigne, a correre dietro a mio cugino che come al solito si nascondeva tra le viti per non farsi vedere in giro con la mocciosetta che ero io.

Scalza, neppure le spine dei rovi e le foglie delle ortiche riuscivano a scalfirmi i piedi, benché per nove mesi all’anno camminassero sulle piastrelle di ceramica e non certo sulla nuda terra.

La vendemmia per me era un momento speciale, perché significava ritrovare la mia famiglia al completo, tutta sotto il tetto della grande cascina di mio nonno, quel nonno burbero e scuro come la corteccia delle querce, che riuscivo a vedere solo in estate ma che ogni volta ritrovavo come se lo avessi lasciato solo il giorno prima. Unica femmina rimasta piccola, perché tutte le mie cugine avevano almeno dieci anni più di me, appena arrivavo godevo dell’invidiato privilegio di essere presa sulle spalle dal nonno e portata in giro per i campi, mentre i miei genitori si riposavano per il lungo viaggio. Ricordo ancora la grande valle che si stendeva dall’altura dove, da molto prima della nascita di mio padre, svettava orgoglioso il vecchio faggio. E ricordo come fosse ieri l’odore delle viti cariche di grappoli, un odore dolce e aspro tanto da essere quasi nauseabondo, ma che sentivo mio quanto l’odore dolce e aspro del sangue che mi batteva nelle vene, dello stesso colore del Sangiovese, sangue della terra di Romagna.

Un altro sorso di vino, ed ecco comparire nella memoria il grande tino dove si schiacciava l’uva, con i piedi, come voleva la tradizione. Fino all’ultimo mio nonno non si era arreso alla tecnologia, il vino lo si faceva come nei tempi antichi, pigiando l’uva con i piedi, e quello era l’unico momento in cui odiavo essere piccola, l’unico momento in cui avrei preso la clessidra del tempo e le avrei dato una sonora scrollata, per far scendere la sabbia più in fretta. Tutte le mie cugine facevano il vino, tutte tranne me. Perché la regola era severa, gli uomini portavano le ceste colme d’uva e le donne la schiacciavano, le gonne tirate su, i petti e le gole lucide di sudore e i capelli resi appiccicosi dai vapori del mosto. Invidiavo quella fatica, quella comunione tra donne con la terra, donna anch’essa, mentre io potevo solo stare in un angolo ad osservare, sbeffeggiata dai miei cugini più piccoli perché loro potevano già partecipare, potevano già portare le ceste. A loro la natura non imponeva una metamorfosi radicale, che certo sarebbe arrivata, ma andava attesa. Gli uomini nascono uomini, mentre le donne nascono bambine, e mio nonno non sentiva ragioni, da contadino superstizioso qual’era. Solo le donne feconde facevano il vino, o l’annata sarebbe stata cattiva, e rammento ancora l’unica volta in cui sgattaiolai dentro il tino già vuoto, ma con ancora le bucce dell’uva ammonticchiate sul fondo. Non vista, presi a schiacciarle con i piedi ancora piccoli, tanto piccoli che affondavano nelle bucce scivolose e non pigiavano un bel niente. Ma per un attimo, soltanto un attimo, sentii forte quell’ odore di caldo, vino, terra e sudore, e mi sentii parte di quel grande cerchio che dalle radici delle viti arrivava a noi, figli di quella terra bellissima, il cui sangue era dello stesso colore di quel vino, il Sangiovese.

E mentre osservavo il cielo, che si stendeva sopra di me attraverso la grande bocca del tino, dentro il quale sparivo perché ero troppo bassa, mia nonna mi trovò così, ed anziché arrabbiarsi sorrise, prendendomi in braccio per tirarmi fuori. Come se avesse perfettamente capito ciò che provavo, passò un dito sul bordo del tino e poi me lo passò sulla fronte, dove lasciò una striscia violacea.

Non capii quel gesto, ma fu come se mia nonna mi avesse benedetta, utilizzando il nostro sangue comune.

Nel bicchiere è rimasto ancora un sorso, e lo bevo d’un fiato, per ricordare la sensazione incredibile dell’essermi svegliata quella mattina, ancora in città, ed essermi guardata allo specchio come se non mi fossi mai vista. Il sangue tra le mie gambe, rosso vermiglio, urlava al mondo la mia trasformazione. E sentendolo scorrere, notai per la prima volta il mio viso più affilato che perdeva i contorni tondeggianti dell’infanzia, i capelli più lunghi che scendevano sulle spalle, il seno che timidamente iniziava a tendere la stoffa del pigiama.

Quell’estate sembrava non arrivare mai, ma arrivò e per me fu una vittoria e una sconfitta insieme. Sconfitta, perché divenuta donna non ero più la prediletta del nonno, la bimbetta da coccolare e portare a spasso per i campi. Ma a questo piccolo morso di dispiacere si contrapponeva la vittoria dell’essere anche io, finalmente, nella cerchia delle prescelte che pigiavano l’uva nel tino. Ora che la natura aveva affermato la mia femminilità, sentivo su di me le occhiate sorprese dei miei cugini, quelli per i quali nove mesi prima ero il rospetto di casa, perché non capivano come pochi mesi potessero causare un tale cambiamento in una persona.

Quell’anno avevo sentito pienamente quella comunione ancestrale tra uomini, donne e terra, una comunione molto più stretta di qualsiasi amplesso. Perché mentre gli uomini mettevano l’uva sotto i nostri piedi e noi la schiacciavamo, facendone scorrere il succo che andava a colmare le damigiane, era quasi come se il tino fosse un utero e da quell’utero, con le nostre spinte di donne e con l’aiuto degli uomini, stesse nascendo qualcosa. Si, il vino non era solo la bevanda che avrebbe rallegrato le nostre serate per l’anno a venire, era un figlio seminato dagli uomini e partorito dalle donne, che prendeva forma in quel liquido dello stesso colore del nostro sangue. E improvvisamente capii perché solo le donne feconde potevano stare in quel tino, perché era un parto vero e proprio quello che si svolgeva durante la vendemmia, un parto antico ed eterno quanto la vita stessa.

E nell’ultimo sentore di viole e amarene che mi rotola sulla lingua, risento il sapore del primo bacio che diedi quell’estate, a quel ragazzo dai capelli color grano e gli occhi cerulei, che era l’unico a non essermi cugino se non di terzo grado, e che sin dal momento in cui ero arrivata mi aveva guardata con gli occhi di chi vede un angelo per la prima volta. Ancora sporchi di vino, i capelli imbrattati e i vestiti sudati, eravamo corsi come ad un segnale convenuto dietro la stalla dove il toro veniva portato a riposare. Uno tra le braccia dell’altra, timorosi e ridenti, ebbri di vino e di sole, ci eravamo baciati senza sapere bene cosa dovesse venire dopo, e così non era venuto null’altro che quello. Ma leccandomi le ultime gocce dalle labbra avverto ancora il calore di quell’abbraccio, i suoi capelli sotto le mie dita, i suoi occhi colmi di luce nei quali mi sarei voluta perdere, se al di là dell’opera della natura non fossi stata ancora troppo bambina per pensare a cosa poteva esserci oltre quel bacio. E ricordo di essere corsa con il cuore a mille fino al vecchio faggio, da sola, a confidare il mio dolcissimo segreto a quell’albero che sentivo parente quanto uno zio, e di aver abbracciato la valle e i vigneti con lo sguardo, felice di appartenere a quella terra.

Riapro gli occhi nella luce scarlatta del tramonto, il sole ormai quasi a metà sulla linea dell’orizzonte. Un rivolo di vino mi cola al lato della bocca, lo asciugo col dorso della mano e sembra proprio sangue, lo stesso sangue che mi pulsa nella gola ancora umida di Sangiovese e di passato. Il Sangiovese, sangue della terra di Romagna, mi colma sempre la memoria di ricordi della mia infanzia di bambina trapiantata. Pur nata in un'altra regione, sentivo e sento ancora forte l‘appartenenza a quei luoghi. Sento il legame con quella terra generosa, con le sue genti dal sorriso aperto e dalle spalle forti, con il suo popolo di contadini dalle grandi mani, capaci con uguale forza di accarezzarti o di stringere saldamente l’aratro.

Eppure, se ci penso, la mia vita è stata altrove.

Prendo il secondo bicchiere, la lingua ancora umida di Sangiovese, e annuso a lungo il Pigato prima di berne un sorso. Come non volendomi separare dalle mie memorie, odoro diffidente gli aromi di mandorla e pesca, e la diffidenza diventa sollievo, riconoscendo gli odori della terra che mi ha dato i natali. Romagnola nata in Liguria, come questa regione sono diventata silenziosa e diffidente. L’affetto ha la meglio sul sospetto e il Pigato mi scende giù per la gola al primo sorso, portando con sé ricordi che non parlano solo di passato. Nelle note di cedro che danzano sul liquido paglierino rivedo gli anni della scuola, i progetti per il futuro, il mio primo lavoro. Ritrovo la sicurezza del tornare in quella che era la mia casa, il giorno in cui rientrai dalla Romagna per l’ultima volta. Non per la vendemmia, ma per il funerale del nonno, eravamo andati al paese e avevamo ritrovato tutta la famiglia. Ma non c’era l’odore del vino ad accoglierci, c’era solo il freddo della nebbia perché era inverno e le viti erano spoglie. E mentre guardavo quella terra così brulla e inospitale come non l’avevo mai vista, e ritrovavo quel cugino a cui avevo dato il primo bacio, ma che adesso aveva la ragazza e se l’era portata dietro, sentivo come se le cesoie da vigna stessero recidendo con un taglio netto il prima e il dopo della mia fanciullezza. Turbata, ero salita in macchina con i miei e avevo lasciato piangendo ma senza voltarmi le vigne che mi avevano vista bambina. Grata, avevo ritrovato il clima dolce della Liguria, mite nonostante l’inverno, il cielo terso e senza nebbie, trasparente come il Pigato che continuo a sorseggiare, e avevo sentito sul viso la carezza del sole che mi prometteva una non troppo lontana primavera. Questa regione forse meno generosa ma a volte più sincera, dalle genti schiette e di poche parole, ha accolto le mie speranze, asciugato le mie lacrime, celebrato le mie vittorie. E trasparente come il Pigato, il mar Ligure ha cullato i miei sogni e lavato le mie angosce, con la danza continua delle onde.

L’ultimo sorso di Pigato è rimasto nel bicchiere, e l’ultimo raggio di sole occhieggia all’orizzonte. A differenza del Sangiovese, lo sorseggio piano, centellinandolo, per meglio sentirne il sapore, e assieme a lui sorseggio l’ultimo raggio di luce che scintilla nelle gocce dorate punteggiate sul vetro del bicchiere.

Il tramonto, sicuramente l’ora che preferisco.

Nelle luci che si accorciano e nelle ombre che si allungano, si dilatano i ricordi e si schiude la porta del futuro. Il vino mi apre ogni sera queste porte di memorie e di sogni.

Il Sangiovese, sangue di Romagna, e come la Romagna esuberante, corposo, dilagante.

Il Pigato, respiro di Liguria, e come la Liguria discreto, delicato, paziente.

Due cuori, un’anima sola, la mia, che altalena tra passato e presente, tra ieri e oggi, tra ricordi e speranze. E il futuro? Quale sarà il futuro, mi chiedo mentre guardo i due bicchieri vuoti uno accanto all’altro. Le pagine da scrivere sono ancora tante, e non so se vorrò scriverle in rosso o in bianco. So però che da tempo ho preso la penna, anche se indugio sull’inchiostro da usare.

Perché è difficile lasciarsi alle spalle un passato felice, ma che è pur sempre passato, ed è ancora più difficile gettarsi nel futuro, non sapendo a cosa si andrà incontro.

La vita non è che una lunga, continua ed immensa vigna, e il finale è la vendemmia.

Come sarà la mia vendemmia, un domani, al momento del bilancio definitivo? Che vino troverò nel tino, quando sarà il momento di trarre il frutto del mio lavoro di una vita?

Il sole è scomparso, in attesa di ricominciare il suo viaggio con l’alba di domani. Anche per me sarà una nuova alba, perché forse questa sera non è stata come le altre.

La porta sul futuro si è schiusa un po’ di più, questa sera, ed io finalmente ho preso il calamaio. Perché i ricordi fanno di noi ciò che siamo, ma è la vita di ogni giorno che ci mette alla prova, ed è superando queste prove che decidiamo il nostro avvenire.

Il mio sangue scorrerà sempre rosso come il Sangiovese, ma il mio respiro è sempre stato qui, nella terra del Pigato, tra gli scogli e la brezza di mare, tra le urla dei pescatori e il verde degli uliveti.

Ed è qui che costruirò il mio futuro, tramonto dopo tramonto, alba dopo alba, per diventare finalmente la donna che desidero essere, la stessa donna che sbocciò quella mattina lontana, sotto il cielo terso di Liguria.

Le stelle punteggiano il cielo, adesso, e i due bicchieri sembrano uguali.

Sangue e respiro. Li prendo e li porto in casa, li poso sul tavolo, li metto accanto ad una candela accesa. Il calore della fiamma asciuga le ultime gocce, e i bicchieri ora sono davvero uguali.

Li osservo e sorrido, sfiorando con le dita la punta della candela. La fiammella danza sotto le mie dita, si riflette sul vetro dei calici, traendone sprazzi di luce che sembrano risate.

E nell’ultimo minuto del tramonto, rido anche io, contemplando il passato e il presente, e aspettando fiduciosa il futuro.

Un futuro che avrà il sapore non del Sangiovese o del Pigato, ma di un terzo vino.

Certo, ancora senza nome.

Ma che sarà soltanto mio.


Commenti: 10 (Discussione conclusa)
  • #10

    marcella (giovedì, 15 settembre 2011 19:35)

    Mi piace un sacco **

  • #9

    Pedro Benazzi (lunedì, 12 settembre 2011 10:40)

    BRAVA LA LAYLA!!!!

  • #8

    Vania Benazzi (lunedì, 12 settembre 2011 10:39)

    CARIIIIIIINISSSIMO!!!!

  • #7

    Carlini Caterina (lunedì, 12 settembre 2011)

    Mi è piaciuto tanto

  • #6

    Giorgio Benazzi (lunedì, 12 settembre 2011 10:38)

    Molto bello, mi piace

  • #5

    Pietro Covaia (domenica, 11 settembre 2011 18:27)

    MOLTO BELLO

  • #4

    Marina Cammerieri (domenica, 11 settembre 2011 18:26)

    MI PIACE MOLTO

  • #3

    Simone Covaia (domenica, 11 settembre 2011 18:26)

    Molto ben scritto, mi piace

  • #2

    olimpia d'ambrosio (lunedì, 05 settembre 2011 11:39)

    MI PIACE

  • #1

    laura rangoni (lunedì, 05 settembre 2011 11:23)

    MI PIACE