Concorso Pittorico Allieve di Patrizia Pollato

In fondo era solo una mela di Giuliana Borghesani

leggete il racconto, subito dopo visionate l'interpretazione artistica di Diletta e votate

 

Non c’è che dire, il posto era bello, anzi, meraviglioso. Piante di ogni genere li circondavano e perdersi in quel giardino era di un romantico da non credere. Avevano fatto una passeggiata, mano nella mano, un po’ guardandosi negli occhi, un po’ ammirando quello che li circondava. Non erano nemmeno abituati a un luogo di quel tipo. Lei non ricordava di aver mai visto niente del genere, ma la sua memoria era labile, e le pareva quasi di essere nata allora allora. Aveva provato a chiedere a lui, ma chissà perché avevano qualche difficoltà a capirsi. Oddio, nessuno dei due balbettava ma non erano dei chiacchieroni, si guardavano e si capivano. Si erano incontrati da poco, ma sentivano di essere fatti l’uno per l’altra. Dal primo momento che si erano visti tra loro era scattato l’amore. Amore, anche quella era una parola curiosa, facile da pronunciare, ma non del tutto chiara. Lei si era chiesta se sarebbe stata all’altezza di quello che l’altro si aspettava da lei, ma era sempre in tempo a capirlo. Non ci voleva una laurea per quello. Laurea, chissà come le era venuta in mente questa strana parola. Scivola dalle labbra con una facilità estrema, ma a dirla tutta non era sicura di sapere di cosa si trattasse.

Era già un pezzo che camminavano, mentre fiori colorati e farfalle allietavano gli occhi: rosa, Cavolaia, Vanessa Io, violetta, narciso … i nomi di quello che vedevano scivolavano dalle loro labbra, e si davano sulla voce, giocavano a rincorrersi tra le parole, ora l’uno parlava, ora rispondeva l’altra. Era molto divertente e lei non ricordava niente di più piacevole di quello che stavano facendo.

«Che ne dici se facessimo un sonnellino?».

Lui si era fermato sotto un albero che allargava le sue fronde sul prato, mentre un ruscello scorreva lì presso, chiacchierino e invitante.

«Vieni, stenditi vicino a me, abbiamo tutto il tempo che vogliamo, non ci aspetta nessuno, siamo i padroni del nostro tempo».

Lo seguì per fargli piacere, ma due idee le erano passate all’improvviso per la testa: tempo e soli. Cosa fosse il tempo non lo sapeva davvero, un momento valeva l’altro e quello era perfetto, loro due soli, senza altra compagnia che la Natura in tutto il suo splendore. Ma soli, e ancora una volta quella sensazione che le dava la parola la mise in uno stato di profonda tristezza. Aveva visto gli animali di quello splendido giardino, non erano solo coppie, tanti cuccioli li seguivano, nei nidi pigolavano i piccoli con il becco spalancato che chiedeva cibo, vitellini e agnelli che suggevano il latte da madri pazienti … loro invece erano soli. Avrebbe voluto un figlio, molti figli e invece non ne aveva nessuno. Anzi, non ne avevano mai nemmeno parlato. Lo guardò mentre dormiva, immemore di lei e dei suoi pensieri e si chiese se non fosse il compagno sbagliato, ma non aveva avuto scelta, doveva tenerselo così com’era. Vero era che lui aveva fatto molto per lei, aveva ceduto parte di se stesso pur di permetterle di vivere, eppure ora tutto questo non le bastava più, aveva bisogno di altro, anche se non sapeva davvero di cosa.

«Dorme della grossa, e forse ti stai annoiando».

Una voce che era quasi un sussurro distolse la donna dai suoi pensieri; lei si guardò intorno. Possibile che ci fosse qualcun altro da quelle parti. Strano, credeva che fossero loro due soli in quel giardino meraviglioso. Ma la voce le aveva insinuato la certezza che era vero, non sapeva cosa fare, non aveva sonno. Anzi, era eccitata per la scoperta di specie di esseri viventi, sia piante che animali, che non conosceva per niente e che pure le parevano tanto familiari e comuni. Si guardò intorno per vedere chi aveva parlato, ma non le riuscì di vedere nessuno. Eppure quella voce stava ancora sussurrando e le proponeva di conversare un poco insieme, tanto il suo compagno dormiva della grossa e non avrebbe provato fastidio per la loro conversazione, soprattutto se avessero avuto la cortesia di tenere bassa la voce per non disturbare.

La donna era perplessa, una voce non sgorga dal niente, deve essere presente un corpo da chi potesse essere emessa.

Uno scoiattolo dalla lunga coda arricciata la guardava con due occhietti neri, ma non appena si era nuovamente fatta sentire quella strana voce sibilante era sparito con una velocità incredibile, andandosi a nascondere sui rami più alti di un albero lì vicino.

«E dunque, vieni con me, mentre il tuo amico dorme tranquillo. Posso farti da guida in questo spettacolare giardino. Sono sicuro che quello ti ha avvertita di non toccare niente, di non cogliere un fiore, di non mangiare la frutta, di lasciare stare gli animali, di non accarezzarli, di non disturbarli, insomma. Ci puoi solo passeggiare senza fare altro da queste parti».

Veramente le era stato detto tutt’altro, anzi; avrebbe potuto assaggiare tutto quello che voleva. Aveva trovato qualche difficoltà con mandorle e noci, ma una volta spaccata la loro durissima buccia, il guscio, come le era stato detto che si chiamava, dentro c’era un frutto, un seme o quello che era dal sapore ottimo. Le dispiaceva, però, contrastare quella voce gentile, così sbirciando sempre più a fondo tra le fronde, si accorse che due occhietti gelidi e dall’espressione dura, la stavano sbirciando. Era da quell’essere che proveniva la voce suadente.

«Forza, lascia il bell’addormentato e vieni con me, ho da farti vedere cose che ancora non hai visto. Questo è un luogo esclusivo, non è molto conosciuto, ma quando ci verrà più gente non sarà più lo stesso».

Lei sbirciò il suo compagno, addormentato profondamente, anzi, tanto sprofondato nel sonno da emettere degli strani rumori, dei suoni un po’ fastidiosi. «Russa, non si accorgerà di niente», sussurrò la voce tentatrice. Una lunga striscia verdastra e luccicante si snodò da dietro il tronco e si mise davanti alla donna, dondolando al ritmo di una musica che quello solo udiva. Si allontanarono insieme, inoltrandosi nel folto del bosco che bordava l’amena pianura dove lei e lui si erano fermati fino a quando non incontrarono un albero piccolo, dalle foglie di un verde lucente, simile alle squame dell’essere parlante, ma quello che rendeva affascinante la pianta erano delle piccole sfere rosse, dal colore caldo del sole al tramonto. Lei si fermò ad ammirare, un profumo intenso, dolce e frizzante insieme, che sapeva di casa e di avventura l’avvolse.

«Ecco qui, te lo avevo detto che c’erano cose meravigliose da scoprire. Forza, stacca un frutto e addentalo. Ti scivolerà il suo succo dolce sul mento, mentre in bocca sentirai un acidulo sapore che ti porterà a desiderare di mangiarne ancora e ancora. Vedrai, sarà una bella esperienza».

Lei allungò una mano, convinta dalla voce suadente, arrivò a sfiorare il  pomo, poi si ritrasse. Un ricordo improvviso le era tornato in mente una cosa che le aveva detto lui, prima di addormentarsi, qualcosa su un albero che era di proprietà del signore del luogo e al quale costui era particolarmente affezionato. Ma non poteva essere quello l’albero, un alberello da niente, impossibile fosse quello preferito dal padrone del giardino.

«Come si chiama questo frutto?», domandò al serpente, perché tale era quella bestia.

«Mela. – rispose quello, soddisfatto della sua opera – Mangia». Lei addentò il frutto e ne apprezzò il sapore che era esattamente come le era stato detto: delizioso. Nel frattempo lui si era svegliato e si era avvicinato mentre il serpente scivolava via, insalutato ospite.«Adamo, mangia, senti come è buona».

«Non dovremmo, – sospirò l’uomo – ma sai che non so resisterti, Eva».

Un morso, un lampo, una voce tuonante e un guardiano arrabbiato che li scacciò dall’Eden. Chissà che risate si sarà fatto il serpente!

Foto dell'opera a cura di Giulia Bacchetta