Concorso Pittorico Allieve di Patrizia Pollato

Con l’aglio di Giuliana Borghesani

leggete il racconto, subito dopo visionate l'interpretazione artistica di Elisabetta e votate

 

La strada verso lo scavo della palafitta portava lo studente a passare dal lago, sereno e calmo.

Era una grande distesa azzurra di cui il lieve venticello che si alzava alle prime ore del pomeriggio, la Ora, increspava la superficie, fino alle montagne verdeggianti alle sue spalle. Non vedeva il momento di scendere in mezzo a quella foresta di pali, di tronchi che furono alberi e che divennero case, anche se sul fondo l’acqua zampillava, impregnando la terra, nera, carboniosa, che così diventava una fanghiglia buona solo per i vasi di gerani delle donne che abitavano nei dintorni dell’antica palafitta. Era un piccolo fastidio, se veniva messo a confronto a tutte le belle cose che dallo scavo il giovane continuava a ottenere: scoprire gli oggetti che molti, molti secoli prima erano stati usati da persone che non esistevano più, nemmeno nel ricordo, era una sensazione che gli faceva battere il cuore. Certo, poi ci sarebbe stato lo studio, la fatica sui libri e sui materiali, ma nell’attimo del ritrovamento la ragione lasciava il posto alle sensazioni, alle passioni. E per parlare di passioni c’era anche un certo paio di occhi neri che aiutavano il suo cuore a battere più veloce, più deciso del solito. Il periodo di uno scavo archeologico era forse un tempo sospeso, si viveva, si lavorava e ci si conosceva; era come se il mondo esterno, quello solito in cui si viveva abitualmente, fosse lontano le mille miglia. Chi non partecipava a quella specie di bolla magica, in cui tutti avevano interessi e passioni comuni, era escluso, era lontano, forse inesistente. Il giovane sapeva che intorno, durante il lavoro, molti sarebbero stati i sentori che avrebbero stuzzicato le sue nari: il limo carbonioso aveva un particolare odore di terra e di foglie marcite, sgradevole se non fosse stato per i pini, che circondavano la piccola radura che un tempo era stato un laghetto, ricco di pesce, dalle acque limpide. Poi c’era il profumo del vino, che veniva ogni tanto distribuito per alleviare le fatiche, un vinello leggero, generoso, dal lieve sapore frizzante, un vino che ricordava l’aria pura dei monti che svettavano intorno, a proteggere i luoghi. Né si poteva scordare il profumo di buono della ragazza che gli aveva acceso in cuore una sensazione forse più forte e duratura del tempo della campagna archeologica. Guidava lungo la strada, attento ai tornanti e alle curve da cui improvvisi sbucavano carri di fieno appena falciato, o autobus di gitanti che dal lago più azzurro d’Europa andavano verso le cascate del Nardis. Erano i belli e alteri salti d’acqua nei cui pressi si diceva fosse stato avvistato un orso, ghiotto del miele che api operose producevano, suggendo il nettare che i fiori montani offrivano generosi. Si avvicinava al Passo, dopo il quale una leggera discesa portava verso l’avvallamento che ospitava l’antico laghetto, abitato un tempo dai primitivi abitatori dei luoghi. Finalmente la strada si trovò nei pressi del piccolo raggruppamento di case che segnava il Passo. Era quello il punto cruciale dove sensazioni specifiche sopravanzavano tutte le altre, già si sentiva pronto ad accogliere quello stupore dei sensi che lo stimolava più di tutte le altre. Le fronde dei pini intorno si muovevano dolcemente, sospinti da un venticello gentile, il sole scintillava e tutto intorno inclinava alla serenità. Dopo l’ultima curva seguendo l’istinto rallentò, tanto che una macchina dietro di lui strombettò con il clacson, visto che il guidatore, sorpreso per la sua manovra, era stato costretto a inchiodare.

«Svegliati, guarda cosa fai» abbassato il finestrino, l’uomo lanciò anche un insulto irripetibile.

Scrollò le spalle, potevano dire quello che volevano, ma non gli avrebbero mai rovinato quel particolare momento. Il gruppetto di case non aveva nemmeno la dimensione di un paesino, forse si poteva chiamare villaggio, o anche meno, era poco più di una corte. A pensarlo nel passato, quando le auto non esistevano, quando il telefono era ancora da inventare, diciamo nel Medioevo, sarebbe stato isolato dal resto del mondo, autonomo. Un edificio dall’insegna più grande della sua porta, indicava che lì c’era un panificio e davanti a quello il giovane aveva fermato la macchina, era sceso e aveva spinto la porta della bottega con la sicurezza di chi a quel gesto è abituato. Uno scampanellio argentino segnalò l’entrata di un avventore, così poco dopo da dietro una tenda apparve un omaccione grande e grosso, dalla faccia rossa nella quale, proprio al centro troneggiava un naso che svelava un gran segreto: all’uomo doveva piacere il vino …

Ma a chi non piace?

«Buongiorno, eccomi qui di nuovo» lo apostrofò lo studente, aprendo il volto in un sorriso compiaciuto.

«Ti aspettavo, giovanotto. Siamo a lunedì e voi studenti tornate sempre all’inizio della settimana. Dunque, cosa ti preparo questa volta?».

Quel piccolo negozietto era stipato all’inverosimile di tutto un pò, evidentemente era una sorta di supermercato ante literam, un luogo dove poter comprare ogni cosa servisse in quel posto lontano da tutti e dove era difficile procurarsi qualunque cosa. Erano i profumi a colpire le nari di chi vi entrava. L’aroma del sapone alla lavanda si mescolava al profumo del pane appena sfornato. Il formaggio di malga emanava un aroma acuto e struggente che rammentava quello dei fiori dei pascoli alpini e anche, a volte, di una stalla in piena attività, mentre un barile di acciughe lasciava che il sale che le macerava solleticasse il palato di chi entrava. Purtroppo una bottiglia di candeggina, che forse non era stata chiusa con attenzione, pretendeva di stare al centro della scena, convinta di essere l’elemento dal profumo più invitante. Eppure non era quello che aveva fatto fermare, come sempre, il giovane in quel luogo. Era un altro il sentore che l’attirava e di cui rammentava l’essenza quando era lontano.

«Ti va se facciamo il solito?» chiese il padrone con voce burbera, ma sfoderando un sorriso, forse con qualche finestra tra i denti, ma certo assai incoraggiante.

«Non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Ovvio, il solito».

Senza aggiungere altre parole l’uomo si chinò verso la cesta del pane e ne trasse uno sfilatino, che di diminutivo aveva solo il nome: un pezzo di pane che avrebbe tranquillamente sfamato a tavola almeno due persone. Poi impugnò come un antico gladiatore un coltellaccio affilato come un rasoio e tagliò in due il povero panino, che non oppose nessuna resistenza. Una volta aperto in due il pane, e spiattellato inerme sul bancone, le manone dell’uomo si allungarono verso un salame che penzolava ignaro dal trave che era situato dietro il bancone. Appoggiato sullo spesso tagliere di legno, che l’incavo centrale denotava come fosse in uso da molto, molto tempo, il salame era lì, pronto a essere sacrificato per la fame, o la gola, di un giovanotto di belle speranze. Il coltello si abbassò come una mannaia e una, e due, e tre fette, spesse, saporite caddero, adagiandosi sul tagliere e abbandonandosi al loro destino. Con una delicatezza insospettata vennero adagiate da quelle mani immense sul pane, e poi questo fu sigillato, richiuso, pronto per essere morso da un giovanotto impaziente. Qualche moneta in fretta e furia fu gettata sul banco, mentre il rustico panino veniva afferrato e portato alla bocca con voluttà. Il giovane uscì e sedette sulla panca fuori dalla bottega. Questo era l’aroma che dagli inizi degli scavi, da quando l’aveva scoperto, affascinava i sensi dello studente: aglio. La sapiente mescolanze delle carni del maiale, del sale, del pepe e appunto dell’aglio emanava un particolarissimo profumo, che unito a quello del pane appena sfornato era musica per il palato. Anche il profumo di Isabella svaniva. Il giovane si attardò a masticare quella delizia, poi, con un sospiro, si alzò e riprese la sua strada in attesa della prossima volta.

Foto dell'opera a cura di Giulia Bacchetta