Concorso Pittorico Allieve di Patrizia Pollato

Sogno romantico o prugne secche di Giuliana Borghesani

leggete il racconto, subito dopo visionate l'interpretazione artistica di Gianna e votate

 

Luglio e il mare erano finalmente arrivati e lei, tuffandosi in acque di smeraldo ebbe un lampo e le tornò alla mente come, solo poche settimane la frase che aveva dato inizio a tutto. Era la fine di giugno …

“Tutta di verde mi voglio vestire, tutta di verde per Santo Giovanni …”, le parole magiche di D’Annunzio le erano venute alla mente senza che se ne rendesse nemmeno conto. Si avvicinava il giorno in cui il sole faceva la staffetta con la luna, si erano allungate le giornate e la luce ora era al massimo della sua signoria. Curiosamente si pensa che per tutta l’estate, per tutto il tempo delle vacanze sia la luce che comanda, invece dalla festa di San Giovanni in poi il sole lentamente si ritraeva per permettere alla Terra di essere avvolta per lunghe ore dal buio dell’inverno. Ma quella breve notte era magica, quella notte ci si immergeva nel verde della natura, si coglievano erbe magiche, odorose, si mettevano sotto il cuscino, così le fanciulle sognavano quello che sarebbe diventato l’amore della sua vita.

Per la notte di San Giovanni aveva deciso di eseguire quel piccolo rito scaramantico; era sola da tanto tempo, sentiva che il suo cuore iniziava a essere troppo simile a una prugna della California, quel frutto che era sì dolce e gustoso, ma che aveva un aspetto raggrinzito e poco invitante. Se uno ne conosceva le qualità la mangiava,  ma altrimenti una cosa secca, scura, un tantino disgustosa … e così sentiva il suo cuore.

Un’amica, proprio quell’inverno, le aveva fatto assaggiare un dessert delizioso, una sorta di soufflé di quelle stesse prugne su cui aveva fatto colare una crema di cacao e decorata da un ciuffo di panna: ottima. Voleva diventare un dolce e non restare una prugna secca.

Il tramonto stava arrossando il cielo e l’orizzonte si era ammantato d’oro, di quel caldo colore che ti riconcilia con la vita e ti preannuncia la calda estate, la madre dei poveri, la stagione in cui la frutta occhieggia dagli alberi e che le erbe sono fresche e rigogliose. Certo, con il soffio bollente dell’estate piena i colori si seccavano, un po’ come le prugne, ma era tutto talmente forte e pieno di vita che niente disturbava i sensi.

Dietro la sua casa c’era un prato che fiorellini profumati ingentilivano le ispide erbe che tanto piacevano al gatto di casa. Quando Nerino sentiva di aver bisogno di un po’ di dieta scorrazzava con incedere regale fino a un angolino sotto una quercia e smangiucchiava un filo qua e uno là e se tornava indietro, sussiegoso e convinto che il mondo era felice che lui stesse meglio.

Al tramonto, dunque, si era recata nel prato e aveva fatto un mazzolino dai molti colori. Aveva raccolto margherite bianche dal lucente cuore color del sole, spiche di salvia selvatica, viola come certi riflessi serali del mare, qualche papavero, creatore di sogni e dal colore del sangue e che, come il sangue, tingeva di sé ogni cosa toccasse. Aveva aggiunto un piccolo Sprone di cavaliere, un piccolo piccolo fiore, dalla forma curiosa, dal sapore antico di quando i campi non erano così totalmente e assolutamente fatti del solo seme produttivo. Una spiga di biada arrivata chissà da dove, sparpagliava i suoi chicchi come fosse un pizzo uscito da abili mani di donne che conoscevano l’antico sapere delle nonne. Tornò in casa e mise il mazzolino in un bicchiere e si predispose per la cena.

Era curiosa di vedere se nelle tradizioni che risalivano alla notte dei tempi avevano una qualche fondatezza; non credeva di solito in certe “stregonerie”, ma quella volta voleva dar credito alle fole. La vita talvolta è talmente grigia e scontata che credere all’incredibile può essere un sollievo.

Dopo una frugale cena decise di fare una passeggiata con Diana, il suo cane, mentre Nerino se ne era andato in giro da solo a caccia di topi o di qualche altra preda. L’aria era tiepida e profumata, il caprifoglio che si arrampicava su un lato del muro della casa emanava il suo aroma, lieve e suggestivo, che sapeva anch’esso di antico, come il sortilegio che lei si apprestava a compiere. Diana si era allontanata, annusando qua e là; era una Beagle giovane e curiosa e non si sapeva mai dove andasse a ficcare il suo tartufo sempre fremente.  Ai richiami reiterati la cagnolina non rispondeva, cosa strana, tanto che lei dovette andare a cercarla. La trovò a pancia all’aria che si godeva le coccole che un uomo le stava regalando.

«Bel cagnolino», l’uomo le rivolse un sorriso, poi si rialzò. Aveva un’aria distinta, giovane, ma non un ragazzo. La prugna rinsecchita del cuore di lei ebbe un lieve sobbalzo: possibile che il giorno stesso  in cui aveva deciso di provare  a risvegliare antichi riti cabalistici ecco che le si presentava una nuova conoscenza. La prugna era ancora secca, dolce, forse, ma grinzosa.

«Una birbantella, mi scappa in ogni dove quando l’accompagno fuori», rispose senza pensare che a notte non si parla con uno sconosciuto. Ma quella era forse una notte speciale.

«Mi sono trasferito da poco. Sono Michele Cavani», si presentò l’uomo e aggiunse che era un medico. Poi curiosamente aggiunse, guardandola, che si era vestita di verde per la notte di San Giovanni.

«Proprio come dice il poeta».

 Mentre lei a sua volta gli diceva il suo nome, allungando la mano per la consuetudine della presentazione, le passò come un lampo nella mente il ricordo che quella stessa mattina aveva pensato esattamente la stessa cosa, tanto che si era messa un vestito verde per assecondare quella strana idea.

«Siamo vicini di casa, mi pare magari ci vedremo ancora» disse il dottor Cavani, alzandosi dopo un’ultima grattatina dietro le orecchie di Diana, e la salutò con un breve cenno della mano.

Lei rispose che sarebbe stato possibile, e poi diede la buonanotte. Mentre l’uomo si allontanava verso casa, con un passo tranquillo, lei si sorprese a pensare che era stata una giornata davvero particolarmente strana: le tornò a mente il dolce di prugne, che così poco avevano a che fare con quella che sentiva al posto del suo cuore. Però … però … chissà cosa le avrebbe riservato la notte e il suo mazzolino magico. Un tralcio di rosa canina le sbarrò la strada; al buio non se ne era accorta e le spine traditrici le fecero un lieve graffio. Mentre si scostava con uno scarto che preoccupò la cagnolina le venne in mente che la poesia recitava: “Tutta di verde mi voglio vestire, tutta di verde per Santo Giovanni che in mezzo all’erba mi venni a ferire …”. Non ricordava a quale ferita si riferisse, la sua memoria scolastica aveva qualche inciampo, però ecco, lei era vestita di verde, era la festa di San Giovanni e lei, poco, ma si era ferita. La notte avanzava e lei era ansiosa di vedere cosa le riservava il destino.

Rientrata, si preparò per la notte, sistemò una ciotolina di pappe per il gatto, che preferiva mangiare di notte, diede un croccantino a Diana, che altrimenti sarebbe stata rosa di gelosia per la pappa di Nerino e avrebbe potuto anche mangiargliela. Per sé prese un bicchiere di latte freddo, poi si infilò il pigiama, si spazzolò i capelli e si ficcò a letto. L’aria tiepida entrava dalla finestra socchiusa e conciliava il sonno e i sogni. Il mazzolino odoroso era stato nascosto delicatamente sotto il cuscino e lei si dispose a scoprire se gli antichi riti avevano o meno una qualche validità moderna. All’inizio il sonno stentava a venire, perché, anche se non osava confessarlo nemmeno a se stessa, era un poco nervosa. Forse era l’attesa per quello che sarebbe potuto accadere nel sogno, o forse perché l’incontro con il nuovo vicino era stato interessante, per non dir altro, ma alla fine Morfeo ebbe il sopravvento e lei cadde in un sonno ristoratore.

La mattina seguente venne annunciata dal canto vibrante del gallo: vivere in campagna può comportare anche questi disguidi. Il momento della sveglia del gallo è davvero molto in anticipo rispetto a quello che la maggior parte delle persone ritiene un’ora accettabile. Il gallo si sveglia quando albeggia, gli uomini, di solito almeno attendono l’aurora. Ma per la prima volta era stata felice del risveglio, ora poteva cercare di decodificare il suo sogno, per avere la risposta che attendeva, come se si fosse rivolta all’Oracolo di Delfi. Il problema era che non ricordava niente, una lavagna vuota. Il rimedio delle nonne non aveva avuto successo. Meglio lasciar perdere. Intanto il giorno avanzava e lei si apprestava a uscire per andare al lavoro. Davanti a casa sua, guarda caso, passava l’uomo conosciuto la notte precedente. La salutò cordialmente e, dal momento che la strada da fare era evidentemente la medesima, si incamminarono insieme. Chissà che la prugna non diventasse in breve un dolce squisito; forse il rito antico era davvero riuscito.

 

Foto dell'opera a cura di Giulia Bacchetta