Misteri aronesi: Il vino di Enky di Andrea Donissan

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Questo racconto è dedicato ad una celebre osteria che non c'è più, alla sua ostessa, ai suoi frequentatori, alla magia che perdura nel ricordo di innumerevoli pomeriggi e serate.

 

Misteri aronesi: 'Il vino di Enki'

 

By Andrea Donissan (cc by-nc-nd 3.0*) - 2011

 

Prologo

 

Una serata tranquilla come tante altre trascorse nella nostra amata osteria, la coltre fumosa spezzava il locale rendendo nebulose e appena accennate le sagome delle persone dell’una verso l’altra parte. Luci basse, mura ingiallite da decenni di fumo, sostenevano quadri di autori sconosciuti e di una mediocrità manifesta. Doni di frequentatori lontani nel tempo: alcuni ritraevano paesaggi della nostra zona, in particolare quella porzione che tocca i paesi del versante ovest del lago maggiore, altri mostravano campagne desolate e strani cascinali all’imbrunire di cui poco c’è dato sapere.

 

Spiccava per lo stile asciutto e la pennellata decisa, il ritratto delicato di una giovane donna sulla trentina con uno sfarzoso abito bianco in trasparenza, capelli scuri come la notte, un seno quasi scoperto a ricordare prime esperienze perse tra le pieghe del tempo e un viso tutto femminilità e importanza. Si narrava che la fanciulla fosse l’ostessa in giovane età ritratta da un pittore spasimante invaghitosi molti anni prima; uno spasimante così ostinato e passionale da trovare il destino nel suo buon cuore (angina pectoris). Naturalmente i sostenitori del racconto non perdevano occasione per notare come alcune caratteristiche fisiche della graziosa modella, seppur con le differenze dovute al passare del tempo, dimostrassero oltre ogni dubbio la loro tesi. La verità?: quasi sempre “chiacchiere innaffiate dal vino”, anche questo (forse soprattutto questo) era la nostra amata osteria. Un arco di mattoni a vista sezionava in due il locale separando la zona bar dal salone centrale. Tavoli di legno disposti alla bene meglio disegnavano una curiosa geometria che lo rendevano assieme caotico e ordinato. Di fronte al bancone logoro e segnato da un numero incalcolabile di caffè si trovava il tavolo riservato in cui sedeva Rosa, l’attempata padrona di casa. Un antico orologio a pendolo sovrastava l’ingresso della saletta da pranzo a ridosso del bar scandendo rintocchi inesorabili ma discreti, mai fastidiosi. Vasi di fiori qua e là davano sfogo a una delle poche e radicate passioni dell’ostessa, un'attitudine naturale assieme al lavoro a maglia con cui si dilettava trascorrendo interi pomeriggi di soddisfazione, fatica e talvolta inframmezzando le lunghe serate. Un chiacchiericcio continuo, monotono, mai esacerbato ha rappresentato la colonna sonora di migliaia di serate indimenticabili, una melodia naturale per noi ragazzi alla ricerca di un ambiente accogliente, divertito, un rifugio ideale in cui stare assieme e tenere al di fuori il resto della realtà. Di osterie come questa non se ne trovano più (amara constatazione): così intime, sgraziate eppure accoglienti e gravide di esperienze straordinarie!

 

Quel giorno non fece differenza, tutti ai propri posti pronti a trascorrere ore piacevoli e spensierate assieme ad amici o semplicemente in compagnia di se stessi. Ed è proprio qui, in questo luogo così particolare e così fuori dal tempo, in questo luogo così grezzo eppure così aggraziato, che inizia il nostro breve racconto.

 

12 maggio 1965

 

Mi trovavo come quasi ogni sera nel mio angolo preferito, immediatamente sulla destra rispetto all’entrata a ridosso del vecchio e tarlato attaccapanni a muro (quella dell'attaccapanni è una storia che racconterò in un'altra occasione), intento a risolvere - mazzo di carte alla mano - il solitario insegnatomi dall’ostessa in persona, ‘La Piramide’, un gioco piuttosto semplice in cui si dispone sul tavolo un certo numero di carte formando una figura triangolare (non sta scritto da nessuna parte che un passatempo debba essere per forza intelligente o istruttivo). Di fianco a me un giornale piegato in due in cui si intravede l'articolo di fondo sui decreti economici varati da Moro col suo governo di centrosinistra. In taglio medio ancora una volta 'Vietnam'. Birra e pipa con tabacco rigorosamente tagliato agrume erano ormai da tempo i miei fedelissimi e spesso unici compagni; capitava sovente, infatti, che la mia sola presenza al tavolo bastasse o addirittura avanzasse. In quel periodo mi trovavo immerso in una particolare fase della vita in cui ricerca spirituale e dubbi esistenziali facevano da padroni andando ad aumentare (come se ce ne fosse bisogno) la mia timidezza e riservatezza naturali.

 

Non so come, nonostante la posizione privilegiata accanto all’uscio, non lo vidi entrare. Alzai lo sguardo e lo trovai al bancone in fondo al locale intento a sorseggiare un caffè che giurerei, finse di bere. Alto sul metro e ottantacinque, sulla sessantina d’anni, magro, vestito di nero di un eleganza che non si usa più, cappello borsalino; suscitò in me una sensazione curiosa e irrazionale. Mi stupì la mantella in particolare; non capita spesso di vederne escludendo letteratura, cinematografia e qualche festa in maschera. Lo stesso tipo di mantella, volendo fare un paragone, che indossano i gendarmi severi e zelanti di ‘Pinocchio’, il celeberrimo racconto di Collodi... E poi il suo sguardo: in certi momenti severo e cinereo, in altri ridicolo in un modo che non mi riesce di spiegare. Notai con stupore che fissava ostinatamente la tazzina portata alla bocca arrivando a incrociare gli occhi in modo quasi impossibile e, immaginai, doloroso. Pagò con movimenti misurati e si diresse verso l’uscita, afferrò la maniglia e volgendomi lo sguardo chinò la testa in quello che poteva essere con un po’ d’immaginazione un saluto accennato.

 

“Tipo curioso”, osservai seguitando ad osservare l’ingresso quasi dovesse ricomparire da un momento all’altro. “…Mai visto prima”, ribatté con tono di voce serio e severo l’anziana proprietaria, anticipando la domanda e dando prova una volta di più della sua spiccata e involontaria teatralità. Non era poi così strano che noi clienti abituali ci informassimo a vicenda su eventuali personaggi “sospetti” la cui “colpa” il più delle volte risultava soltanto quella di abitare da un’altra parte. Una posizione atavica di difesa, forse, che consolidava ancor più il rapporto tra i fedelissimi, gli irriducibili della bettola, quelli che non mancavano mai e sostenevano la piccola comunità.

 

“Non solo bizzarro, anche sbadato”, esclamai pigiando il tabacco già miscelato che da lì a poco avrebbe saturato l’aria con una profumata e suggestiva nebbiolina azzurra.

 

“Sbadato?”, Rosa non fece tempo a finire quando notò la strana bottiglietta infiocchettata e poggiata sul tavolo di fronte al bancone. Probabilmente di vino rosso a giudicare dalla tonalità vermiglia (vetro colorato?), sembrava piuttosto antica. Una montatura in oro ne seguiva i contorni e disegnava forme su tutta la superficie creando trame e sotto trame senza un ordine riconoscibile. Un fiocco di colore viola “vivo” posto sulla parte superiore del collo stringeva un biglietto ingiallito, stropicciato e piegato due volte. Nessuna etichetta.

 

“E’ sicuramente un regalo, un appuntamento galante forse?” domandò Rosa prorompendo nella sua caratteristica e fragorosa risata. “Tornerà presto, vedrai”, disse riprendendo ad asciugare i bicchieri appena lavati e al contempo osservando con occhio discreto e per nulla preoccupato una tavolata in cui quattro ragazzi brilli discutevano animatamente la loro partita a carte.

 

Mi alzai vinto dalla curiosità e mi sedetti vicino al banco per esaminare la bottiglia con maggior attenzione. Fu chiaro da subito che si trattava di un oggetto davvero inusuale sia per la cura con cui era realizzato, sia per la bellezza dei materiali i cui colori accesi e sgargianti poco o nulla avevano a che vedere con quelli normalmente osservabili in artefatti simili. Decisi di svolgere il biglietto infiocchettato con grande cura evitando di sciuparlo più di quanto lo fosse già. Con mia grande delusione notai che il biglietto, a parte stropicciature e qualche alone di sporco, non conteneva nulla. Rosa scrollò la testa con sufficienza e posò distrattamente lo sguardo sull’orologio. Si erano già fatte le due del mattino e a quell'ora (cascasse il mondo) la nostra amata osteria chiudeva.

 

Avrei giurato che lo straniero avesse lasciato il locale non più di una mezzora dopo le ventitré e trenta; mancavano almeno un paio d’ore alla conta secondo il mio ‘orologio interno’. Bizzarrie della mente? Un bicchiere di troppo? A farci caso, spesso ci si rende consapevoli del passare del tempo soltanto quando si vede scomparire all'orizzonte, e talvolta, come alcuni di voi sapranno, il rimpianto è agghiacciante.

 

Rosa ripose la bottiglia con cura su di un ripiano vicino al bar; se e quando lo straniero si fosse fatto vivo glie l’avrebbe restituita, altrimenti pazienza, sarebbe stata la reginetta tra le bottiglie impolverate e anonime presenti in grandi quantità sui ripiani consunti del locale.

 

La pioggia cadeva macilenta senza sosta, i lampi guizzavano nel cielo plumbeo separandosi in rivoli sempre più piccoli, quella che poteva essere una fiat 600 roboò e illuminò in un flash il vetro smerigliato all'ingresso. Tuoni come colpi di mortaio torturavano il mio cervello da sempre intollerante verso rumori improvvisi e fracassoni; un limite da cui sono sempre stato affetto e che sono riuscito a far risalire a un episodio della mia infanzia. Un cane che ricordo enorme, ma che all’epoca potrebbe anche essere stato minuscolo, m’inveì contro e mi morsicò fraintendendo le mie intenzioni verso alcune galline appartenenti alla sua “giurisdizione” canina. Non mi interessava affatto il pollame, avrò avuto suppergiù otto anni e l’unica cosa che importava era giocare coi miei amici come chiunque altro. Ma vai a spiegarlo ad una creatura priva di raziocinio mossa esclusivamente da istinti! Trovarsi di fronte un “affare” di quel tipo, chiassoso, nervoso e bavoso, non è certamente un’esperienza che può lasciare indifferenti, specie a quell’età.

 

Piovve a dirotto anche il giorno successivo senza temporali, rari bagliori illuminavano il paesaggio in lontananza e un tenue profumo di resina bruciata suscitava emozioni ataviche e primordiali. Il termometro cedette un paio di gradi; tornarono maglioncini e giubbotti leggeri. L’inizio di una nuova serata nella nostra amata osteria.

 

15 maggio 1965

 

Poggiò l’ombrello logoro e strappato nel contenitore e si diresse al banco. Scena già vista. Passo deciso, portamento “fiero.” Chiese un caffè corretto ‘qualcosa’ (non riuscii a sentire). L’ostessa gli rispose picche e dovette berselo liscio. La nostra amata bettola non ha mai vantato una grande varietà d’alcolici a dire il vero, anzi, pochi e sempre gli stessi. Non si rivelò mai una vera e propria debolezza; ai clienti interessavano principalmente il ‘Frizzantello’, un bianco super frizzante a basso costo con una torbidità a fondo bottiglia a dir poco sinistra, e naturalmente la ‘spuma nera’, versione spuria del meglio conosciuto chinotto.

 

Sorseggiò il caffè con gran velocità leccando i bordi della tazzina con fare voluttuoso, gesto che non mancò di attirare i nostri sguardi attenti e indagatori. Seguì un sonoro e compiaciuto schiocco di lingua e un sospiro profondo. Un matto, una persona un po’ “toccata” o semplicemente un signore bizzarro, un eccentrico in cerca di attenzioni? Questa la domanda che ci frullava nel cervello prima di ogni altra, e dire che di tipi particolari ne erano passati parecchi nel corso degli anni; alcuni davvero pittoreschi e al limite del letterario come il pensionato fanatico religioso con la sua noiosa collezione extra di santini da esibire, oppure come quell’anziana signora, si diceva nobile decaduta, con le borse piene zeppe di oggetti a lei preziosi che andava raccattando e selezionando dai cestini della spazzatura di tutto il circondario. Incrociai lo sguardo di Rosa che strizzo l’occhio ammiccando un sorriso il cui significato poteva stare tra “guarda sto idiota” e “che palle.”

 

“Ho qua una cosa che le appartiene”, disse Rosa. Il visitatore poggiò la tazzina con tranquillità e noncuranza. Alzò lo sguardo: “La bottiglia”, sussurrò anticipato da un profondo respiro mentre Rosa riponeva la tazzina nel lavello e apriva il rubinetto.

 

“La bottiglia che ho smarrito giorni fa, sono certo d’averla lasciata qui.” La voce era roca e frastagliata, faticai a decifrare le esatte parole e il vociare vivace delle persone non aiutava.

 

“E’ stato fortunato sa? Qui siamo gente semplice ma onesta, non è detto che da altre parti....” Rosa sorrise e si girò verso la mensola: non credette ai suoi occhi.

 

La bottiglia era stata aperta! Il fiocco, strappato in due segmenti, giaceva a terra accanto al biglietto e quel che è peggio il contenuto era stato trangugiato per almeno tre quarti (si potevano vedere chiaramente alcune gocce rossastre scendere lungo il vetro creando una piccola pozza sul ripiano). Ci guardammo sbigottiti e l'imbarazzo, come si suol dire, si poteva tagliare col coltello. Chi poteva essere stato?

 

I pensieri scivolavano rapidi nel tentativo di trovare una spiegazione lampante che risolvesse l'impiccio. Il marito anziano e malato di Rosa forse, possibilità remota date le condizioni precarie di salute che lo costringevano semi infermo nel loro appartamento al primo piano. Oppure un cliente un po' troppo audace, possibilità anche questa improbabile considerano la posizione della bottiglia e i nostri occhi sempre vigili e attenti.

 

“Mi creda, non so come sia potuto accadere”, argomentò Rosa confusa e visibilmente a disagio portando istintivamente una mano alla bocca. Il fumo della mia pipa si spandeva lento saturando la sala e il chiacchiericcio dei pochi clienti si faceva più tenue. “Non si deve preoccupare, le pagherò il dovuto e le offrirò da bere con le mie sincere scuse.” Lo straniero non rispose, lo sguardo assente e bigio si perdeva dietro di lei sprofondando nel vuoto. Non aspettò che Rosa finisse, chinò la testa, infilò lentamente la mano ossuta e cianotica nella tasca e ne trasse le sessanta lire esatte del caffè, nel mentre prese la bustina di zucchero inutilizzata e la accartocciò senza romperla ricavandone una sfera quasi perfetta che lascio rotolare con noncuranza (e grande fortuna) nella tasca destra. Frugò con l’altra l’interno del soprabito e ne estrasse un orologio a cipolla argenteo il cui riflesso per un attimo mi fece distogliere lo sguardo. Si aprì con uno scatto repentino. Lesse l’ora e lo ripose. Accennò un saluto alla proprietaria sfiorando il cappello e si diresse nella mia direzione guadagnando l’uscita (odore come di foglie bagnate e muschio).

 

Una risposta mancata, taciuta, forse “pensata”, eppure così assordante e glaciale: quell’individuo pareva non aver nulla a che fare col ‘tempo’. Poteva tranquillamente appartenere a un’altra epoca, a più epoche, a nessuna. Una nota stonata in una melodia sghemba e improbabile.

 

“Non sembrava molto soddisfatto…”, dissi scalzando la cenere esausta dalla caldaia della pipa e abbozzando un sorriso. “Poteva evitare di dimenticarsela se era così importante.” Rosa non aveva tutti i torti, sempre che la mia interpretazione sul risentimento dello straniero fosse azzeccata, magari non gliene importava nulla e le nostre erano tutte invettive.

 

Gli ultimi clienti pagarono e lasciarono il locale provati dal vino tra sghignazzi e vociare subito sedati dalla Rosa data l’ora tarda. Un ragazzo si attardò nel tentativo di fare una telefonata ma come spesso accadeva il telefono a muro non ne voleva sapere di accettare il gettone. Rinunciò. Mancavano dieci minuti alla chiusura e avevo ancora un solitario da finire: regina di fiori più asso di cuori… otto di fiori più due di fiori... C’ero andato vicino, anche questa volta. Osservai la vecchia proprietaria sbrigare le ultime faccende con ritmo sostenuto; la giornata era stata dura e la voglia di andare a dormire superava qualunque altra cosa.

 

All’improvviso udimmo uno strano rumore, come di una campana dal tono grave e spezzato, il primo giunse dalla stradina, il secondo a ridosso della porta. Una nausea improvvisa mi fece girare la testa alterandomi la vista. Mi alzai di scatto e puntai alla porta guidato da un impulso che non potevo controllare. Barcollando scalzai una sedia, urtai un tavolo e in ultimo varcai l'uscio con un urgenza difficile da spiegare. Improvvisamente mi sentii trascinare in basso in quella che sembrò essere una voragine senza fine.

 

Il mio risveglio fu accompagnato da una forte emicrania e da un formicolio intenso; dapprima riuscii a muovere con molta difficoltà un solo dito della mano destra, poi lentamente e progressivamente il resto del corpo. Mi trovavo a terra prono su una superficie che il mio olfatto riconobbe essere legno. Ondeggiavo in ogni direzione sospinto da forze cui ero soggiogato e strani rumori e un forte sentore di vino, pungente e acetato mi riportarono prepotentemente in me. La campana, la paura, il precipizio: ora ricordavo! Aprii gli occhi e mi girai lentamente supino, un cielo scuro come la pece e gravido di pioggia si stagliava poderoso e mi bagnava il viso. Vele quadre lanciate verso l'alto e una geometria di corde disegnavano improbabili figure; capii d'essere su di una barca. Lentamente, con fatica mi misi seduto e ciò che mi si parò di fronte non l'avrei dimenticato per il resto della mia vita. Si trattava di un'imbarcazione molto antica, lo stesso tipo di barche raffigurate nei bassorilievi, in certi mosaici e raccontate dai poeti. Ma fu il mare attorno a sconcertarmi: di un rosso vermiglio acceso andava a delineare uno scenario onirico e impossibile, un delirio, forse, di cui ero sfortunato e ignaro protagonista: una sconfinata distesa di vino! Una porta massiccia ed erosa dal tempo focalizzò la mia attenzione distogliendomi da quella follia. Strani intagli raffiguranti un calice e acini d'uva conferivano una logica pertinenza figurativa. Di una cosa ero certo: se ne fossi uscito indenne sarei diventato irreversibilmente astemio. Nel mondo reale quel varco avrebbe dovuto condurre sottocoperta ma ora nulla poteva esser dato per scontato: decisi di tentare, non mi pareva d'aver scelta. Girai il pomello e udii uno scatto appena percepibile, la porta cedette con un po' di insistenza sotto il mio peso. Una strana luce giungeva fioca dal fondo delle scale e un'ansia paralizzante mi bloccò appena oltre la soglia. Mi feci forza, raccolsi il coraggio e iniziai a scendere attento a dove mettevo i piedi e a non fare il benché minimo rumore. Moccoli di candele su eleganti candelabri illuminavano una piccola stanza decorata con gusto. Al centro esatto un tavolo massiccio e scuro poggiava su di un tappeto rosso raffigurante un vitigno e lo stesso calice presente all'ingresso. Seduto al tavolo il misterioso straniero con di fronte la bottiglia (la stessa dimenticata all'osteria) e due bicchieri. Alla sua destra Rosa completamente immobile fissava il centro del tavolo con sguardo perso e assente. Era illesa, o così sembrava. Fui estremamente sorpreso di vederlo, ma ancor di più di vederlo vestito completamente di bianco; un abito di un'epoca lontana, molto largo con decorazioni dorate e strani paramenti. Avanzai di qualche passo incurante della paura e intenzionato a mettere fine a quella terribile esperienza: di qualunque cosa si trattasse, avevo raggiunto il limite.

 

“Immagino conoscerai il famoso detto 'nel vino è la verità'”, sorrise e poggiò le mani sul tavolo, una sopra l'altra in modo che si vedesse l'anello tempestato di topazi. “Suvvia è molto famoso”, esclamò inarcando le sopracciglia, divertito dal mio silenzio.

 

Al suono di quella voce tornò la nausea e persi quasi l'equilibrio. Mi appoggiai al muro pur senza mai perdere d'occhio lo straniero.

 

“L'ebbrezza come presupposto della verità, capisci? ...Pensa alle religioni”, sollevò il viso. “Quinto Orazio Flacco, poeta di indubbie doti, spese parole interessanti sull'argomento”, estrasse una sigaretta artigianale e giallognola, la pose fra le labbra e l'accese con una specie di fiammifero al primo colpo. Espirò di lato avvolgendo completamente il viso di Rosa e riempiendo la stanza di un odore acre. “Il vino va rispettato, come sanno bene i Cristiani. Avete molto da imparare, e imparerete”, si segnò. “La vite rende liberi, a differenza della verità che crea una vita disillusa e arida”, l'odore del tabacco mi scosse, tornai lucido. “Ciò avviene perché la verità illumina la storia e quindi demolisce le credenze, lo capite? Dovete starne lontani se volete mantenere le vostre certezze e la vostra fede”, si alzò in piedi e il tono si fece solenne: “Dall'Egitto alla Mesopotamia la vite ha guidato i popoli, ha donato sapere, ha donato prosperità, ha donato la vita.” Le parole si persero in lontananza e mi trovai a volare a una velocità incredibile in un meraviglioso firmamento in cui ogni stella era un pensiero di gioia, ogni stella era un desiderio, ogni stella era un sorriso donato a se stessi. Ogni stella era... Vidi e udii cose che successivamente non sarei stato in grado di raccontare, girai su me stesso, mi divisi, sfumai, mi persi. Una voce mai udita eppure così famigliare pronunciò il mio nome e attese, attese che si smorzasse la paura, che mi arrendessi a quella condizione così distante dalla realtà a me conosciuta, così difficile da comprendere.

 

“Che valore dare agli eventi che ci accadono?”, un'eco lontano che ripeteva se stesso senza fine. “Il biglietto della lotteria vinto in un pomeriggio di marzo, la ruota bucata della vostra automobile, quell'incontro in apparenza come tanti che si rivelerà il più importante della vostra vita.” Nausea. Non sapevo e non potevo rispondere; non volevo rispondere. Intravidi lo straniero dietro al tavolo, le luce delle candele distorte e multicolori creavano forme lascive e allusive. Ora mi trovavo di fronte a uno specchio, uno specchio enorme con una cornice dorata coperta di simboli senza un senso. Guardai al suo interno e un terrore sordo e privo di speranza mi declinò in qualcosa che non era più umano: la mia immagine riflessa era una grassa lingua sinuosa e vibrante, una lingua oscena e irridente grondante vino, fiumi di vino. Urlai senza emettere suono, urlai con tutte le mie forze nel riconoscere in quell'immagine inaccettabile la mia unica e autentica essenza, la sostanza ultima, la menzogna suprema che mi aveva governato e alimentato il mio simulacro in tutti questi anni.

 

(Prendi il bicchiere)

 

Lo presi

 

(Bevi)

 

...”Bevvi.”

 

Mi ritrovai nel bagno dell'osteria a vomitare con un paio di amici che mi trattenevano dal finire nella turca, e in un lampo di coscienza realizzai: poteva essere stato tutto un delirio? Lo straniero, la bottiglia, la barca: una specie di sogno etilico, di allucinazione? Dubbi si fecero strada dentro me e poi una grande gioia. Potei finalmente rilassarmi.

 

Le gambe cedevano sotto il peso del corpo stremato e un profondo senso di confusione ottenebrava il pensiero tempestandolo di immagini vivide quanto irreali. Rosa aiutata da un paio di ragazzi mi fece sedere e andò a preparare una tazza di infuso d'erbe che mi affrettai a bere senza preoccuparmi troppo dei trecento gradi Fahrenheit. Notai con sollievo che era tutto al proprio posto. Ogni cosa stava esattamente dove sarebbe dovuta essere e di tutta quell'avventura non restava che un distorto seppur vivido groviglio di ricordi.

 

Gli eventi di quei giorni continuarono ad echeggiare nella mia mente nonostante il passare delle settimane, difficile non mettere in relazione l'ictus che colpì Rosa e che le paralizzò l'avambraccio e la mano destra, con quanto era successo (dovette assumere una ragazza per servire i clienti), così come era difficile non notare l'atmosfera “elettrica” che gravava su tutti noi. Naturalmente né Rosa, né i frequentatori del locale si ricordavano dello strano personaggio vestito di nero, tanto meno della bottiglia.

 

Il caso (come si suol dire) poteva ritenersi chiuso.

 

Non divenni astemio come mi ripromisi, anzi maturai una passione per la cultura vinicola che mi diede innumerevoli soddisfazioni e mi permise di conoscere etichette, gusti e profumi di cui non sospettavo neppure l'esistenza. Tuttavia rinunciai ad ubriacarmi e questo rappresentò un'importante novità; non fu soltanto una questione di rispetto verso me stesso, c'era dell'altro e ne ero perfettamente consapevole.

 

I giorni ripresero a scorrere sempre uguali così come piaceva a noi. Una monotonia rassicurante e protettiva, il nostro piccolo e meraviglioso universo. Ancora oggi attraversando il suggestivo budello del centro storico cittadino, potrà capitarvi di scorgere una strana porticina che è stata e ora non è più, un varco scomparso nei meandri del tempo, un passaggio magico in cui generazioni di visitatori distillarono ricordi tra i più belli e cari di tutta la loro esistenza. Se sarete fortunati come lo sono stato io, imboccherete la via giusta e inizierà il vostro racconto.

 

21 settembre 1965

 

La coltre fumosa spezza il locale rendendo nebulose e appena accennate le sagome delle persone dell’una verso l’altra parte. Luci basse, mura ingiallite da decenni di fumo, sostengono quadri di autori sconosciuti e di una mediocrità manifesta. Doni di frequentatori lontani nel tempo. Alcuni ritraggono paesaggi della nostra zona, in particolare quella porzione geografica che tocca i paesi del versante ovest del lago maggiore, altri mostrano campagne desolate e strani cascinali all’imbrunire di cui poco c’è dato sapere.

La pioggia cade macilenta senza sosta, i lampi guizzano nel cielo plumbeo separandosi in rivoli sempre più piccoli.

Uno struscio di scarpe sullo zerbino, la maniglia che gira, la porta che si apre.

 

Fine

 

Note sull'autore

 

Andrea è uno scrittore e poeta Aronese. Inizia a scrivere su riviste nazionali di informatica nei primi anni '90 per poi dedicarsi alla sua più grande passione (no, non quella): la poesia. Amante del divertimento e della buona cucina, adora trascorrere serate straordinarie in osterie, bettole, agriturismi e ristoranti low cost in compagnia dei suoi innumerevoli amici. Pratica tutti gli sport, conosce cinque lingue, è campione di scacchi, arti marziali, giochi di ruolo. E' appassionato di letteratura sacra (conosce a memoria i libri di Isaia, Giudici, Ezechiele, Giosuè, Re, Samuele e naturalmente Geremia), pratica tutti gli sport, conosce cinque lingue e tende a ripetersi. Fervente religioso con l'innata passione per gli insetti, nel 2004 partecipa al concorso 'Spiritualità E Collemboli' di cui è anche autore e curatore. Ha pubblicato nel 2001 un saggio sulla scrittura creativa e l'arte di inventare titoli originali, dal nome: 'Scrittura creativa e l'arte di inventare titoli originali'.

 

Per contatti: https://sites.google.com/site/edonea/Scrittura_Andrea.

 

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